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L’INCESSANTE RICERCA UMANA DI COMPRENSIONE E CAMBIAMENTO DELLA REALTÀ
L'avventura umana della conoscenzaDa sempre, noi esseri umani cerchiamo la spiegazione oggettiva della realtà: capire come siamo fatti e come è fatto tutto ciò che ci circonda è condizione per cogliere il significato della nostra esistenza, del mondo che abitiamo e dei mondi ignoti.
Capire com’è fatta la realtà ci permette anche di costruire gli strumenti adatti per farle fronte e per utilizzarla al fine di poter vivere: sono i prodotti, materiali e immateriali, realizzati dagli esseri umani nel corso della storia in base alle conoscenze via via disponibili. Senza di essi non sarebbe stata possibile l'antropizzazione della Terra ad opera delle società e delle culture umane.
Nelle migliaia di anni in cui la nostra specie si è affermata sulle altre e si è diffusa sulla Terra, i patrimoni di conoscenza individuale e collettiva hanno dato vita a civiltà innumerevoli che si sono susseguite nella storia del Pianeta fino ad oggi.
La conoscenza si è modificata insieme ai suoi produttori e, pur svolgendo sempre le stesse funzioni, si è configurata diversamente nel corso della storia dell'umanità.
La conoscenza ingenua
A partire dal Pliocene gli antenati della nostra umanità, gli ominidi fino ai paleantropi, impiegarono intorno a sei milioni di anni per cominciare ad elaborare forme di conoscenza che all' interpretazione basata sul sentire, la realtà attraverso le sensazioni e le emozioni, aggiungevano un nuova elaborazione: la conoscenza che cominciava a "pensare" la realtà.
Era un pensiero ancora rudimentale, ma che aveva in sé un primo potenziale di elaborazione razionale perché la mente biologica, ereditata dai primati superiori, si espandeva e si complessificava grazie al sistema neurobiopsichico più evoluto e agli ambienti di terra ai quali i nostri progenitori si adattavano.
La conoscenza primaria
L’affermazione della nostra specie Homo Sapiens Sapiens e, con essa, la nascita del pensiero dei nostri antenati viene fatta risalire intorno a trentamila anni fa, nel Paleolitico Superiore.
Lo si può leggere nella Bibbia e lo si ritrova nelle grandi mitologie delle culture primarie.
“…e si accorsero di essere nudi perché avevano mangiato dell’”albero della conoscenza del bene e del male” e allora “intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”: Attraverso il linguaggio della Genesi è possibile cogliere questa fase della preistoria umana in cui la "coscienza" ormai si esprime compiutamente in termini di "consapevolezza" del conoscere e di "giudizio" della realtà conosciuta.
Questa conoscenza razionale ed etica non era unica: si innestava sulle arcaiche forme conoscitive del sentire, dei sensi e delle emozioni, e si alimentava di esse.
Grazie a questo potenziale di conoscenza del sentire e del pensare, i nostri antenati solcarono l’impervia e affascinante strada della preistoria che li portò durante l’Olocene, quando ebbe inizio la deglaciazione circa diecimila anni fa, ai primi insediamenti umani legati all’invenzione (grazie a specifici saperi immateriali) e alla produzione (grazie a saperi materiali) dell’agricoltura: nell’arco di alcune migliaia di anni le prime società rurali passarono dalla coltivazione del frumento e dell’orzo nel Medio Oriente, al riso nell’Asia sudorientale e al miglio in Cina, dalla coltivazione dei fagioli in Perù al teosinte (probabile antenato del mais) in Messico settemila anni fa.
Producevano i saperi tecnologici e i saperi mitologici delle prime colture agricole, strutturalmente simili e diversi nello stesso tempo, come Claude Lévi-Strauss ci ha insegnato.
La conoscenza assoluta
Nell’arco di cinquemila anni di storia, tra l’invenzione della scrittura ideografica verso la metà del IV millennio a.C. in Mesopotamia e quella a stampa a metà del XV secolo d. C. in Europa, la diaspora dell’umanità si è estesa a tutti i continenti grazie all’affermarsi, il decadere e il trasformarsi di civiltà distinte e separate.
I grandi aggregati umani in questo lungo cammino si erano distaccati gli uni dagli altri, come isole di un grande arcipelago, e si ignoravano reciprocamente. Quando entravano in contatto la lotta per la sopravvivenza continuava a seguire le vie della rapina e della distruzione totale del gruppo antagonista, seguendo la memoria ancestrale dei saperi del sentire.
Le società e le culture hanno continuato a produrre patrimoni di saperi locali immateriali e materiali espressi da ideologie e da artefatti, per certi aspetti simili e per altri aspetti molto diversi, che ne hanno garantito l’ascesa finché non sono stati soppiantati, in genere attraverso soluzioni violente, da società e culture con apparati tecnologici e ideologici più forti e più evoluti.
In questi secolari processi di civilizzazione, pur diversificati nelle aree del mondo, la ragione umana prevalente ha continuato a seguire il solco strutturale della conoscenza primaria: si è interrogata, anche se con strumentazioni di pensiero via via più sofisticate, su chi potesse garantire l'oggettività della spiegazione della realtà e dell'etica con cui relazionarsi su cui fondare la società e la cultura di turno, assicurando in tal modo l'ordine sociale e la difesa dei loro appartenenti.
In questa prima millenaria stagione della storia della conoscenza umana, che potremmo paragonare a quella dell'infanzia di ogni essere umano, il chi potesse essere garante dell'oggettività della conoscenza e dell'orientamento della vita è stato identificato nell' Autorità.
La conoscenza arcaica e non razionale che nel “capobranco” aveva “sentito” la garanzia per sopravvivere, si coniugava con la formulazione razionale che lo “pensava” in termini di Autorità dai pieni poteri di fronte ai rischi dell’ambiente e alla precarietà della vita.
Questa impronta originaria è rimasta nel principio di autorità inteso come assoluto e incontrovertibile, cioè come garanzia del vero e del giusto immutabili e, dunque, collocati nella dimensione superiore della sacralità.
E’ la divinità, comunque intesa, che attraverso i suoi portavoce offre all'uomo la conoscenza indiscutibile e l'etica inequivocabile.
I portavoce, in tal modo, accedono essi stessi alla dimensione sacrale del potere della conoscenza e dell'etica e diventano essi stessi espressione e garanti del potere assoluto delle società e delle culture che in quelle forme di conoscenza e di etica trovano la loro alimentazione.
La ricerca millenaria dell'oggettività approda all'immutabilità della conoscenza e dell'etica garantita dal potere intellettuale dell’”Ipse dixit” e dal potere assoluto, religioso e politico.
Il potenziale di conoscenza del sentire e del pensare aveva trovato una sintesi più avanzata della conoscenza primaria: i saperi ancestrali della paura alimentavano i saperi della ragione assoluta, la ragione assoluta generava regni e imperi assoluti.
L’ordine della coscienza e il desiderio di vivere delle popolazioni era lasciato in mano alle élites del potere intellettuale e materiale di turno.
La conoscenza verificata
Nell'ultimo mezzo millennio c’è stato un cambio radicale di orientamento nella ricerca dell'oggettività. Il processo, già apparso in diverse civiltà nei secoli precedenti, ha trovato inizialmente l’humus storico più fertile in Europa per espandersi poi nei Paesi a evoluzione più rapida.
La ricerca della conoscenza oggettiva è stata trasferita dalle garanzie esterne a quelle interne al processo esplorativo: dalla sicurezza data dal chi si è passati, attraverso un travaglio di secoli, al come il conoscere stesso potesse garantire l'oggettività della lettura della realtà.
L'uomo moderno, in alcune culture prima in altre dopo, ha portato a regola dell'oggettività conoscitiva la possibilità della ragione di controllare da sé il processo di indagine e, quindi, di verificare sperimentalmente come è fatta davvero la realtà: è nato il pensiero scientifico moderno con il rigore della sua logica di verifica e valutazione dell'ipotesi interpretativa per spiegare un problema a partire dalla sua analisi, permettendo così lo svelamento della realtà così com'è attraverso la formulazione della legge scientifica.
Questa scoperta dell'Homo Faber sui ha generato l'affrancamento graduale, e per niente indolore, dall'Autorità tutoriale della conoscenza assoluta e, nello stesso tempo, ha messo in moto il processo di esaltazione progressiva dei poteri della ragione.
Nell'Europa moderna questa esaltazione, dopo la fase eroica della scoperta da parte dell'Umanesimo e del Rinascimento che si liberavano via via dal potere teocratico del Medioevo, ha raggiunto l'ebbrezza nel secolo dei Lumi della Dea Ragione fino ad approdare alla fede totale nella Scienza Positiva.
La rivoluzione di civiltà, che ha messo al centro l’uomo e le sue possibilità di conoscenza autonoma con cui trasformare la realtà, ha prodotto nel corso degli ultimi secoli saperi tecnologici e saperi ideologici che hanno esteso la rivoluzione al campo della produzione dei beni ed a quello dell’allargamento del potere politico, economico e sociale.
Sono nate le società industriali e le democrazie rappresentative, che attraverso rivoluzioni e riforme secolari si sono imposte nel mondo intero: i saperi tecnologici della produzione in serie e i saperi dei diritti umani costituiscono due volani fondamentali nati dal potenziale di conoscenza dell’uomo moderno per realizzare lo sviluppo materiale e immateriale nel mondo contemporaneo.
La medesima rivoluzione di civiltà ha però segnato i suoi limiti.
Trasferendo all’uomo il potere assoluto che nei millenni precedenti aveva attribuito all’autorità assoluta ha dimenticato che egli è parte del mondo che lo circonda e che il suo potere su di esso non è assoluto, ma ha un limite.
Uomo e ambiente sono un binomio inscindibile. La nostra specie come tutte le altre vive perché vive la natura. Sopraffare la natura determina che in una frazione di tempo geologico si alteri e si comprometta irreversibilmente l’equilibrio dell’unità Terra-Viventi, formatasi e consolidatasi in cinque miliardi di anni.
Trasferendo alla razionalità umana il potere assoluto nel definire l’oggettività del conoscere e le conoscenze oggettive, la civiltà moderna si è indubbiamente affrancata dalla soggettività delle sensazioni e delle emozioni che con le loro pressioni profonde e invasive permeavano la millenaria conoscenza sacrale. La legge scientifica ne è stato il suggello. Ma ha dovuto rinunciare alla lettura complessiva della realtà e si è concentrata nei suoi segmenti.
Più una porzione, anche minima, di realtà viene isolata e letta dal ricercatore settoriale con l’occhio inesorabile della conoscenza verificata, tanto più se ne coglie la struttura e il funzionamento, codificabili in modelli e teorie ritenuti inoppugnabili.
L’enciclopedia delle discipline si allarga a dismisura: ogni materia di studio, una volta trovata con la razionalità formale le regole di produzione dei suoi modelli teorici e dei suoi approcci metodologici, dispone della sua epistemologia ristretta ed entra a tutto titolo nella famiglia dei saperi oggettivi, cioè scientifici.
Questa scienza riduzionistica, fatta di saperi razionali di settore, separati e distinti, produce saperi tecnologici segmentati, anche essi affidabili e sicuri, con cui intervenire su parti della realtà e modificarla: sono i saperi materializzati che invadono la società industriale e si moltiplicano e si perfezionano come beni di consumo per i “cittadini” della società di massa.
L’assolutizzazione del potere della ragione genera una frattura ancora più profonda: la scienza si separa dalla coscienza.
La conoscenza verificata ponendosi come sapere assoluto e incontrovertibile riporta la ragione nella sacralità da cui intendeva liberarla.
Il Vero si erge a potere assoluto, sacro e indiscutibile. Si distacca dal Giusto. La conoscenza oggettiva non ha coscienza, è neutra.
E’ la separazione più tragica che la mente umana avesse mai prodotta: la ragione umana, non paga di prendere il potere assoluto sul mondo esterno lo prende anche sul suo mondo interno. Attacca la sua stessa coscienza, formatasi in miglia e migliaia di anni e la distrugge in un pugno di secoli.
Il vero non ha niente a che fare con il bene. Il bene non si alimenta più dal vero. Si fa strada la società della distruzione di massa. Il Novecento è costellato di massacri di milioni di esseri umani, a cui si aggiungono le violenze e le distruzioni di miliardi di altri esseri viventi. Nasce la società dell’alienazione e del disorientamento dei Paesi industriali che porta alla solitudine del cittadino globale con la sua paura liquida di cui ci parla Zygmunt Bauman.
La ragione si illude di vincere la paura, che ritorna ancora più minacciosa e ingigantita dalla esposizione planetaria. La ragione, eliminando i saperi del sentire che hanno le radici nella vita biologica e nello stare bene dell’organismo umano, non riesce a pensarli e a gestirli, e finisce con il tagliare anche il legame con l’elaborazione dei significati del bene e del benessere per gli esseri umani e per il mondo.
La civilizzazione nata dalla scienza moderna, nonostante il passo enorme per liberarsi dal sapere assoluto, se ne è liberata solo in parte, cadendo in un dualismo che alla fine segna il suo tramonto: ha salvato il pensiero libero del potenziale umano, ma ne ha perduto il sentire vitale. Del primo ha fatto il suo nuovo dio, del secondo ha abbandonato il coinvolgimento, stabilito dalla sua millenaria fattura naturale.
Per liberare il pensiero dal dominio delle paure delle società assolute, ha gettato via l’intero potenziale del sentire per capire la realtà e cambiarla per vivere insieme agli altri. Non ha cancellato però la paura esistenziale della fragilità umana perché non poteva essere la fredda ragione il nuovo dio.
Non riuscendo a portare a sintesi il pensare oggettivo e il sentire soggettivo, la ricerca del conoscere della società moderna non ha ancora raggiunto la maturità dell’umanità che gestisce in modo adulto il suo potenziale di conoscenza.
La conoscenza transdisciplinare
Dalla crisi della fede nella scienza, nella società industriale e nelle sue ideologie liberistiche e collettivistiche trainate dalle culture del primo mondo, l’umanità intera sta entrando nella nuova epoca storica, postmoderna e postindustriale, della civilizzazione planetaria.
“La sfida del Millennium” sottoscritta da tutti i Paesi della Terra nel Palazzo delle Nazioni Unite nel 2000 può essere indicata come data ufficiale del riconoscimento, anche se ancora per molti Paesi solo dichiarato, del passaggio alla nuova era.
Per la prima volta dall’origine della diaspora della nostra specie nei diversi continenti durante il Pleistocene Superiore, noi esseri umani ci ritroviamo cittadini del Villaggio globale, previsto da McLuhan, e siamo chiamati a costruire un umanesimo e una scienza inediti, né occidentale né orientale, né del Nord nè del Sud; ma nemmeno fondati sul primato assoluto dell’uomo sulla natura; né tanto meno su un sapere oggettivo segmentato e neutro che ha smarrito l’unità della coscienza, né su saperi tecnologici che prendono il sopravvento sui viventi; né, per altro, su saperi globali uniformi e livellanti che distruggono la ricchezza dei saperi delle diverse culture, né su saperi ideologici che dividono, discriminano, violentano una parte della famiglia umana, quella più debole, ad opera dell’altra che consuma per sé i beni della Terra di tutti.
La ricerca della comprensione della realtà per la prima volta nella storia dell’umanità si apre a tutte le società e a tutte le culture, a tutti gli uomini e a tutte le donne che abitano la Casa comune.
La ricerca dell’oggettività apre l’orizzonte ai contributi che vengono dai patrimoni di saperi delle culture centenarie e millenarie distribuite nei continenti.
La ricerca delle trasformazioni della realtà apre la prospettiva alla conservazione e valorizzazione dei patrimoni della natura e delle culture per non alterare i delicati equilibri degli ecosistemi del pianeta.
Le regole per costruire i saperi scientifici cambiano i paradigmi, pur accogliendo la lezione storica della scienza moderna e trasferendola in un’epistemologia non più centrata sulla disciplina e sulla gerarchia delle discipline, ma sull’autocorreggibilità degli assunti e delle conclusioni, popperianamente intesi.
Le discipline non scompaiono, ma si allargano ai rapporti pluri- e inter-disciplinari: attraverso le relazioni aperte tra le discipline e i meticciamenti ultradisciplinari si arriva all’epistemologia trans-disciplinare.
Termine coniato per la prima volta da Jean Piaget nel 1970, la transdisciplinarità si differenzia (sebbene integrandole) dalla multi- e dalla inter- disciplinarità per il significato apportato dal prefisso trans-, che in questo contesto indica la possibilità di andare “al di là” e “attraverso” le discipline e i loro saperi.
I suoi principi sono espressi nella Carta della Transdisciplinarità, elaborata da Lima de Freitas, Edgar Morin e Basarab Nicolescu e adottata al Primo Congresso Mondiale della Transdisciplinarità, svoltosi in Portogallo, nel Convento di Arràbida dal 2 al 7 novembre 1994. Il suo Manifesto è stato poi redatto due anni dopo dal medesimo Nicolescu, seguito da una vasta letteratura internazionale che indica la diffusione dei nuovi paradigmi un po’ dovunque nel mondo scientifico più avanzato.
I suoi tre principi generali si alimentano reciprocamente. Il principio dell’Esistenza di differenti livelli di realtà, bene espressa dalla fisica quantistica, supera la logica della ricerca unidimensionale e rende possibile il secondo principio della Logica del Terzo incluso,che va oltre la logica classica dell’assioma di non contraddizione, pervenendo al terzo principio della Complessità, che riconosce le parti dell’insieme e i nessi che le legano.
Grazie ai tre principi l’attraversamento delle discipline, singolarmente e nelle loro relazioni, e l’andare oltre i loro saperi, tende all’unità della conoscenza ed alla comprensione del mondo presente contro ogni barriera e separazione tra le discipline, tra lo studio della natura e lo studio dell’uomo, tra le culture, tra le società, tra gli esseri umani, tra le parti interne ed esterne dello stesso essere umano.
Questa nuova dimensione epistemologica pone il soggetto al centro della sua logica con il suo potenziale del sentire e del pensare, in risposta ai tentativi di reificazione apportati invece dalla logica puramente razionale che ha governato la conoscenza moderna.
La conoscenza razionale entra in relazione con la conoscenza dei sensi e delle emozioni.
I saperi oggettivi interrogano e sono interrogati dai saperi soggettivi.
I saperi matematici, fisici, naturalistici, biologici dialogano con i saperi umanistici, sociali, economici, tecnologici, politici e così via, e ciascuno con tutti gli altri.
Cadono i dualismi codificati dall’epistemologia moderna, come scienza e etica, etica ed estetica, perché la riconduzione all’unità complessa della conoscenza del soggetto che sente e che pensa nel contesto storico rende relativa l’autonomia dei settori della conoscenza e del cambiamento e ricompone l’unità della coscienza, consapevole e giudicante, elaborata dalla nostra specie nella sua evoluzione filogenetica e storica.
La ricerca e il ricercatore non sono svincolati dai principi etici del bene dell’umanità e del pianeta, come dichiara la stessa Carta europea del ricercatore. Le conoscenze elaborate sono tanto più avanzate quanto più alimentano questo bene.
L’educazione e la formazione in questo scenario non sono di secondaria importanza. Perdono ogni carattere di subalternità e dipendenza da un modello chiuso di società e cultura e costituiscono una variante insostituibile della costruzione del nuovo umanesimo su scala planetaria: tocca all’ “educazione per tutti” i popoli del pianeta ed alla “formazione continua” di tutti gli operatori della società facilitare e sostenere la costruzione del processo formativo personale nella direzione della Testa ben fatta, come sostiene Morin.
Sono queste le condizioni per accedere alla comprensione dell’unità aperta del mondo e dei mondi, dalla microrealtà locale alla macrorealtà planetaria e oltre.
Sono queste le condizioni per modificare la realtà entrando e rispettando l’interazione strutturale e dinamica soggetto-mondo.
Sono queste le condizioni per rispondere alla sfida del nuovo Ecoumanesimo, insieme planetario e locale, in cui la cittadinanza terrestre risolve i problemi di convivenza tra le nazioni, i popoli, le persone non più con la violenza delle guerre, grandi e piccole, cruenti e incruenti, perché la ragione non modula le emozioni anzi istiga alla paura, ma con la mente transdisciplinare, transculturale, transnazionale dell’intelligenza empatica.
La ricerca transdisciplinare di comprensione e cambiamento della realtà multidimensionale e complessa diventa allora un problema, come dice Edgar Morin, di politica di civilizzazione.
